Marketing Alberghiero: la camera? Un accessorio! Meglio una app!

 

Come vi sembra come provocazione? Il caposaldo del marketing alberghiero – la camera- ridotto ad un fattore accessorio. Un fattore secondario superato da altri aspetti e, soprattutto, da altri servizi, in altre parole da altri prodotti!

Sempre continuando con le accentuazioni possiamo dire che il prodotto “camera” in sè e per sè sta affondando come una imbarcazione in mezzo alle onde. Il bordo va sempre più pericolosamente verso la superficie dell’acqua sotto i colpi delle Olta come Expedia e Booking e di un atteggiamento rinunciatario degli albergatori che trovarono comodo affidarsi alla tecnologia e alle piattaforme che (come scopriranno poi) non potevano controllare.

A questo punto quali possono essere le soluzioni? La prima – sa va sans dire – è costruire un progetto, un progetto che realizzi due esigenze: porre la struttura ricettiva inequivocabilmente come una delle principali (possibili) fonti di emozioni del cliente e la costruzione di un profilo spiccato per la struttura ricettiva.

Le due “cose” possono essere conseguenzialmente connesse.

Anche se opero a Capri o a Roma devo fare i conti con la concorrenza e vincere la mia competizione che, inevitabilmente, si svolge – se non guardo altrove – essenzialmente proprio sul prodotto che sta andando a fondo: la camera. Ormai vediamo tariffe solo legate alle fasi alternate di domanda e offerta nel succedersi delle stagioni (turistiche).

La stessa camera può essere venduta a 100 euro così come a 450 come se in alcune fasi dell’anno il personale costasse di meno o la lavanderia industriale lanciasse offerte speciali. Quanto ha senso tutto questa portata così ampia di un range?

Il marketing alberghiero è in realtà tutto incentrato solo su questo andamento stagionale e agli algoritmi collegati. Facile da “marcare”, più o meno facile da copiare. Potremmo anche dire che il marketing alberghiero se paragonato ad altri settori produttivi di fatto non esiste (oggi siamo in vena di provocazioni). Per cui con il nostro bravo progetto dobbiamo puntare ad offrire al cliente una serie di servizi e di opportunità in grado di condizionarne -in positivo e in termini di percezione complessiva – la permanenza sulla destinazione.

Il tutto poi, visto che “chiodo scaccia chiodo”, magari basandoci su un utilizzo “massiccio” delle tecnologie. Non vendo più la camera allora, ma la regia della vacanza opportunamente convogliata attraverso una app e, magari, attraverso un account e canale Telegram dedicato per fare customer care e per essere sempre in collegamento con i clienti durante il loro soggiorno. Ovviamente essere i registi della vacanza non può essere una petizione di principio, ma va dimostrata la competenza e la capacità ad esserlo. Quindi il racconto del territorio non può partire da “ieri”, ma va coltivato continuativamente, aggiornato giorno per giorno fino a che diventi anche semplice e normale formare il personale che deve essere rispondente al progetto.

Per l’appunto il personale….un prodotto in sè: la costruzione di una relazione di valore con il cliente come prodotto. Tutto questo non si improvvisa e non lo si costruisce in pochi mesi.

Un progetto non adatto a tutti, ma rispondente a chi ha la cultura per porsi su un altro punto di vista.

Questa la direzione su sui lavorare magari appoggiando il tutto su…una gran bella camera!

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Fake news e post verità. Non sembra, ma riprendere a leggere i giornali è una battaglia di civiltà.

Ai social media sembra affidato il ruolo di strumenti di informazione prima ancora che di comunicazione. Chiunque è divenuto fonte di informazioni e ridiffusore di notizie. Questa grande opportunità ha come effetto controproducente e purtroppo prevalente il grande spazio conquistato dalle fake news e alle post verità che in molti casi stanno costituendo un vero e proprio “nichilismo delle fonti”. Una fonte varie l’altra e sono i “mi piace” a definire ciò che vero da ciò che non lo è.

I giornali (con tutti i loro pregi e difetti) hanno da sempre garantito (almeno i migliori tra loro) la competenza del soggetto che era preposto ad informare i lettori di un certo tema. Tutte le testate più prestigiose erano dotate, ad esempio, non solo di una redazione di economia o salute, ma all’interno di queste c’era il giornalista (più) esperto di trasporti e di diete.

Questo schema è saltato non tanto perchè i giornali vendono sempre meno (ma resistono), ma perchè nel frattempo si è diffusa (sempre grazie ai social) una cultura del sospetto in base alla quale i contesti qualificati diffondono informazioni che, inevitabilmente, portano un vantaggio economico a quel gruppo di interesse, a quell’impresa o a quella multinazionale.

Il discorso è anche politico e difatti non c’è, per questa neocontrocultura,  amministratore pubblico o Istituzioneche non sia corrotto o portatore di interesse. Quindi il tema delle fake news e delle post verità è in grado di produrre danni, in termini sociali, ben oltre l’argomento affrontato.

Esse, in combinato disposto, generano inaffidabilità, tolgono punti di riferimento ed espongono “la gente” all’influenza di questo o quel flusso in cui si può inserire qualsiasi argomento.

Si tratta insomma come di un fiume in piena che investa persone non in grado di agganciarsi a dei punti sicuri con i quali valutare le informazioni.

Con il fiume viene trascinata via anche l’affidabilità e la attendibilità delle Istituzioni.

A incrementare il fenomeno anche la triste considerazione che alcuni dei ridiffusori di fake news appaiono in qualche modo anche de-evoluti culturalmente. Nel senso che pur partendo da una buona base scolastica (magari persino una laurea) e pur avendo “esercitato” con l’osservazione e l’indagine negli anni sembrano ora lieti di lasciarsi andare ad una corrente che sospende il loro giudizio critico e li sposta su un piano di minore “fatica” intellettuale.

Ulteriore benzina sul fuoco è poi questa diffusa incultura del fai-da-te in base alla quale, anche in base alla captability e comunque all’uso del computer, siamo tutti tranquillamente in grado di fare quasi tutto. Siamo agenti di viaggio, cuochi provetti, sappiamo curare questa o quella malattia, siamo provetti autisti, sappiamo tutto di una destinazione, sappiamo costruire mobili, siamo tutti grandi comunicatori, persino se volessimo fare i terroristi abbiamo il nostro bravo tutorial che ci permette di fare a meno di istruttori.

Personalmente stiamo reagendo nel modo più ovvio: abbiamo ripreso a leggere i quotidiani. Sì quelli cartacei consapevoli che solo un livello di informazione di qualità ci potrà permettere di arginare questo fenomeno di anarchia dell’informazione dove tutti sono delegittamati e nessuno è attendibile.

E’ una battaglia di civiltà…

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La comunicazione è (sempre) più integrata

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Dal sito della Ferpi (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) una recensione su un libro che, come si dice a Roma, “fa scopa” con quanto da tempo (ufficialmente dal 2010, ma già nel 2001) sosteniamo e sugli orientamenti della comunicazione e che hanno ispirato il nostro progetto di Strategie Integrate di Comunicazione.

Ecco un passaggio essenziale della recensione al Libro di Facchetti “La Comunicazione è (sempre) integrata”:

Come nel precedente libro, l’idea di fondo sostenuta da Facchetti è che l’evoluzione della comunicazione d’impresa, specie sotto la spinta della diffusione del digitale, delle digital PR e dei social, sia sempre più una dimensione integrata, facendo cadere in particolare il confine che divideva tradizionalmente la pubblicità dalle relazioni pubbliche.

Oggi non più possibile, se mai lo è stato, concepire un piano di comunicazione che sia basato solo sulla pubblicità o solo sulle specializzazioni che un tempo si definivano “below the line”.

Oggi è necessario per l’appunto integrare gli uni e gli altri, trovando sempre il giusto mix tra azioni relazionali e iniziative push, tra razionalità ed emozione.

Leggi tutto l’articolo sul sito della Ferpi di cui siamo soci professionisti dal 1991

 

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